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   08 Settembre 10

 

STORIA DEL PAESE

Luoghi da visitare
CENNI STORICI

Ricostruire la storia di Serrone è un’impresa difficoltosa a causa dell’assenza quasi totale di documenti scritti. L’origine del nome SERRONE è fatto risalire all’antico nome “serroni”, che evoca i dorsi rocciosi e accidentati dell’ Appennino centrale e che caratterizzano i pendii e le falde del Monte Scalambra su cui a metà della costa, sorse in epoche oscure il nucleo originario del paese.

Nell’antichità pre-romana, il territorio fu abitato dalla popolazione italica degli Ernici, che vi stabilirono un “oppidum” (villaggio fortificato) in località “Lesca”, dove ancora oggi si possono ammirare i resti di antichissime mura poligonali, costituite da enormi macigni incastrati gli uni con gli altri.

Nel periodo Imperiale numerose ville rustiche sorsero nel territorio, come testimoniano i resti rinvenuti in località “Grotte” risalenti al III sec a.C. Inoltre, nella località detta “Mora del fattore” dovette sorgere un’altra villa. Qui è stato rinvenuto un frammento di travertino, un’epigrafe, che parla di una certa Epeniina , figlia di Clodio e di Papira morta all’età di 5 anni.

Questi insediamenti furono certamente favoriti dalla presenza d’importanti vie di comunicazione, civili e militari, che collegavano la capitale dell’impero con Trevi, Subiaco e Vallepietra.

Nella seconda metà del VI sec. Viene fondato il “Castrum Serronis” nel periodo in cui, dopo la caduta dell’Impero Romano d’Occidente (476), molti nuclei urbani si spostarono in luoghi elevati difendibili dalle invasioni straniere. Con la decadenza dell’impero Romano, una comunità cristiana doveva raccogliersi attorno alla chiesa di S. Quirico nella omonima località, come testimonia la presenza di una necropoli cristiana nei pressi della chiesa. I secoli bui dell’ alto medioevo, caratterizzati da guerre, pestilenze e carestie, spinsero la popolazione a riunirsi in ville rustiche, inaccessibili e lontane dalle grandi vie di comunicazione.

Nel VII VIII sec la badia di Subiaco aveva il dominio su due chiese del luogo e nel X sec. i1 territorio era sotto la giurisdizione dei Benedettini di Subiaco, che introdussero il culto di S. Michele Arcangelo. Il più antico documento che testimonia l’esistenza del paese è del 1085 ed è contenuto nel REGESTO SUBLACENSE.

A parte brevi periodi, il paese fu sotto la diretta giurisdizione dei Papi per tutto il medioevo

Per questo motivo i romani, che avversavano il Pontefice, bruciarono nel 1184 i castelli di Paliano e Serrone. Per tutto il secolo XII la contrada subì le conseguenze della lotta tra lo Stato ecclesiastico e i Romani. Successivamente la Chiesa iniziò ad acquistare dai signori case e possedimenti nei castelli di Paliano e Serrone lasciando i beni in feudo agli stessi magnati, che diventavano suoi vassalli. In pochi mesi i due castelli, presidiati e fortificati, divennero dei veri e propri beni patrimoniali o Castellanie della Chiesa. Nel 1233 Gregorio IX concede uno “statuto”, una raccolta di regolamenti, usi e consuetudini che accompagnerà, anche se con successive modifiche, la vita di Serrone fino al 1815.

A partire dal XIII sec. le ragioni politiche papali determinarono la progressiva trasformazione in feudi, delle città e dei paesi fino ad allora liberi Comuni. Nel 1378 il Pontefice concesse Serrone, come feudo, alla famiglia Conti di Segni. Nel 1425 inizia la signoria della famiglia Colonna interrotta nel periodo della “Guerra di Campagna”, durante la quale Serrone venne incendiato per la seconda volta.

Nel 1562 i Colonna tornarono in possesso dei territori e il loro dominio culminerà nel 1569 con l’istituzione del principato di Paliano, comprendente anche Serrone . Si aprì così un lungo periodo di pace e di sviluppo interrotto solamente dalle epidemie di peste (1592 e 1655) e dalla carestia (1764). Durante i secoli XVII e XVIII si costituirono importanti istituzioni pubbliche.

La pace finì nel 1799 con le vicende napoleoniche che sottoposero il territorio a saccheggi e devastazioni. La restaurazione del 1815 portò ad un generale riordino sia legislativo sia amministrativo. Il paese, insieme con Piglio e Paliano fu incluso nel distretto di Tivoli, compreso nella comarca di Roma. Pur toccato dai moti garibaldini del 1849 e del 1867, il paese visse tranquillo fino all’unificazione del 1870 che portò Serrone a far parte del Mandamento di Paliano, provincia di Roma. Dopo l’unificazione si verificarono progressi nel settore dei servizi, come la realizzazione di una linea ferroviaria (durante la 1^ guerra mondiale) che collegò Serrone alla capitale. Attratta dalle possibilità offerte dal forte sviluppo delle campagne, parte della popolazione del centro storico si sposta progressivamente nella frazione La Forma. Nel 1927 il comune fu definitivamente incluso nella neocostituita provincia di Frosinone.

A cura di Nicoletta Sperati


RITORNO AL PASSATO: VITA DI UNA VOLTA

Molti di coloro che hanno vissuto la propria infanzia agli inizi del 1900, sono concordi nell’affermare che la vita di paese, un tempo, era molto più armoniosa e serena nonostante fosse molto faticosa. Quando ancora non c’era la televisione e le altre tecnologie di ultima generazione si viveva come se Serrone fosse una grande famiglia.

Nelle fresche sere d’estate ci si radunava per strada, davanti all’uscio di casa per parlare, mentre si svolgevano gli ultimi piccoli lavori della giornata. Anche d’inverno ci s’incontrava per stare in compagnia davanti ad un camino acceso dove i bambini venivano intrattenuti con le storie raccontate dalle persone più anziane.

Ogni giorno per prendere l’acqua ci si recava presso le sorgenti che si trovavano (e si trovano ancora) a valle alla distanza minima di 3 Km dal nucleo arroccato di Serrone, nell’attuale frazione La Forma. Per tornare a casa si percorrevano a piedi i sentieri sconnessi che si arrampicavano fino al centro storico, trasportando le conche di rame piene d’acqua sulla testa protetta dalla “coroglia” (sorta di cuscinetto formato con degli stracci arrotolati a comporre una specie di corona). Alcune donne molto abili riuscivano a portarne anche due una sopra all’altra. Chi aveva a disposizione un asino poteva ritenersi fortunato perché era in grado di trasportare più agevolmente l’acqua e quindi, dopo aver terminato il lavoro nei campi, riempiva delle “copelle” (botticelle di legno) con l’acqua sorgiva che spesso, tornato a casa, distribuiva ai vicini che ne avevano bisogno.

La semplicità della popolazione serronese si rispecchiava nel vecchio rito delle nozze. L’uomo chiedeva la mano dell’amata ai futuri suoceri, dopodiché i genitori della coppia prendevano accordi sulla dote. La sera che precedeva il matrimonio il giovane si recava sotto la finestra della fidanzata per intonare una serenata accompagnata dall’organetto. Il giorno dell’evento, la suocera della sposa preparava il letto nuziale, mentre i suoi vicini le approntavano un archetto di fiori di campo. Ci si recava in chiesa a piedi al suono dell’organetto e quando la cerimonia si era conclusa si lanciavano i confetti, precedentemente acquistati da ogni invitato. Il pranzo si svolgeva a casa dello sposo ed era costituito da piatti semplici, non diversi da quelli di tutti i giorni, ma certamente in maggior quantità: si servivano gnocchi, patacche o fettuccine, carne di pecora e dolci secchi.

Altro capitolo è quello riguardante la nascita dei bambini che avveniva in casa con l’aiuto della levatrice. Comunque, prima dell’arrivo della levatrice ufficiale comunale, ci si affidava a donne che avevano più esperienza nel campo. Chiaramente in entrambe i casi, se sorgevano complicazioni interveniva il medico, ma la mortalità infantile per parto era alta

Una donna che aveva avuto da poco un bambino poteva decidere di diventare balia e quindi si rivolgeva alla Sensale che raccoglieva tutte le richieste. Chi andava a fare la balia spesso si trasferiva, per il periodo necessario, in luoghi anche molto lontani da Serrone, così lasciava il figlioletto ad un’altra donna per far sì che continuasse a nutrirlo. Le balie erano ricercate soprattutto in città, per accudire ed allattare figli di signore benestanti. Queste “tate” venivano ricambiate con vestiti e denaro che, in parte, veniva usato per ricompensare la donna rimasta con il proprio bambino in paese.

Per l’economia del paese un ruolo di grande importanza occupava -e occupa tuttora- la produzione di vino (soprattutto Cesanese DOC) e di olio (denominato “Rosciola”). Certamente al giorno d’oggi sono state introdotte in questo ambito molte innovazioni, mentre in passato tutto il lavoro veniva svolto senza l’aiuto di macchine.

Nel mese di ottobre tutti partecipavano alla vendemmia raccogliendo pazientemente uno ad uno i grappoli di uva matura, che in seguito venivano spremuti a piedi nudi nella “trescarola” (pigiatrice) separando il succo dai raspi. Il vino novello fermentava in botti ben stagionate, mentre il mosto veniva cotto prima di Natale per la preparazione dei “maritozzigli” (panpepati).

Dopo la vendemmia iniziava la raccolta delle olive che, una volta trasportate nei frantoi, venivano triturate da una macina di pietra. La pasta delle olive veniva pressata a mano; l’olio così ottenuto si separava dall’acqua mastra e si sistemava in barili.

Fino alla prima metà del ‘900 esistevano ancora a Serrone numerosi laboratori artigianali che lavoravano svariati materiali.

Il falegname lavorava sapientemente il legno, materia prima indispensabile per realizzare utensili necessari per la vita di tutti i giorni come attrezzi agricoli, elementi d’arredo e oggetti di uso domestico: “scolemaregli” (mestoli), cucchiai, "Scife” e “scifelle” (vassoi di legno di diverse dimensioni usati per servire pasta fresca e polenta).

Il fabbro era una figura molto importante, poiché creava utensili per tutti gli altri artigiani, lavorava in stretta collaborazione con il falegname e il muratore, inoltre ricopriva anche il ruolo di maniscalco ferrando gli zoccoli di asini cavalli e muli

Non meno fiorente era l’attività di chi realizzava a mano (intrecciando vimini, olmo e cannucce) cesti, canestri e “manicuti” indispensabili nel quotidiano e necessari per la raccolta di uva e olive, mentre il “bottaro” si occupava della realizzazione e della riparazione di botti soprattutto in coincidenza della vendemmia.

Tra le forme di artigianato artistico non si può non ricordare la sartoria. I sarti cucivano pantaloni, giacche e altri indumenti, mentre molti ricami venivano realizzati dalle abili mani delle donne serronesi anche per ornare tovaglie e lenzuola e per confezionare i corredi delle loro figlie.

Il ruolo di conciatore di pelli era ricoperto dai pastori stessi, i quali, dopo aver ucciso i capi, salavano ed essiccavano le pellicce per ricavarne dei pesanti “cardamacchi”, pantaloni di pelle di pecora che arrivavano alle ginocchia e che i pastori indossavano sopra ai calzoni.

L'arte orafa era quasi inesistente nel territorio di Serrone ma abbastanza richiesta, cosicché i gioielli venivano essenzialmente “importati” dagli orafi di Alatri, soprattutto in occasione delle fiere, quando arrivavano in paese anche le tipiche conche di rame da Paliano.

Con l’avvento della produzione industriale è stato inferto un duro colpo all’artigianato che oggi rappresenta in primo luogo un’attrazione puramente turistica in tutta la Ciociaria. Le professioni artigianali sopravvissute a Serrone riguardano il legno ed il ferro battuto.


ABITI TRADIZIONALI CIOCIARI

Fino ai primi anni del ‘900 gli abitanti di Serrone indossavano ancora il costume tradizionale ciociaro. Ogni indumento era realizzato con stoffe varie: cotone, velluto, lana, e pelle di diavolo.

L’abbigliamento era molto caratteristico a partire dalla particolare calzatura, la ciocia, che dà il nome all’intera zona della Ciociaria. Si tratta di una specie di sandalo costituito da una semplice suola di cuoio fermata al piede per mezzo delle “strenghe” (stringhe) che, partendo dalla base, venivano intrecciate lungo il polpaccio e poi legate. La punta di questo speciale sandalo è più o meno rovesciata a seconda della zona della Ciociaria d’origine.

La donna indossava capi intimi di cotone quali la maglia e la vestarella sorta di sottoveste ornata di pizzi legata alla vita, sulla quale veniva messo “jo varneglio” ovvero un’ampia e lunga gonna, generalmente a tinta unita, di vari tessuti alternati secondo la stagione. “jo corpetto” era una camicetta bianca inserita nel “varneglio” e abbottonata davanti fino al girocollo sulla quale si legava il “corsè”: un bustino con stecche stretto da lacci sulla schiena, che sostituiva il moderno reggiseno. Intorno al collo veniva adagiato “jo sciallitto”, una specie di foulard che poteva essere sostituito da un colletto in pizzo soprattutto per le donne più benestanti.

Per proteggersi dai rigori dell’inverno, le donne serronesi si coprivano le spalle con “jo scialle” lavorato ai ferri o ad uncinetto, solitamente di lana e ornato tutt’intorno da frange.

Jo zenale” (grembiule in raso o cotone) era un altro capo tipico indossato sopra “jo varneglio” e allacciato intorno al busto.

Sul capo si portava un fazzoletto legato dietro la nuca per i giorni lavorativi, mentre per la domenica o per le festività s’indossava il “centuriglio”, fazzoletto di panno rosso bordato da un nastro bianco, fissato con delle spille o fermacapelli. I capelli solitamente si raccoglievano in una treccia che veniva poi avvolta su sé stessa e fermata alla testa con pettini di osso

Per abbellire il loro aspetto, le donne si ornavano con gioielli appariscenti:

le “scioccaglie” erano degli orecchini in oro giallo e corallo, composte da un orecchino vero e proprio al quale si poteva aggiungere un pendente; i “coragli” erano invece delle collane formate da una o due file di corallo con chiusura in oro giallo dalle notevoli dimensioni.

L’abbigliamento tipico maschile consisteva in una camicia di vari tessuti, infilata dentro i “cazzuni” (pantaloni in velluto), sostenuti da una lunga fascia che si avvolgeva più volte intorno alla vita.

Sulla camicia si metteva il gilet e la “giacchetta” entrambe di velluto o pelle di diavolo, mentre per le stagioni più fredde si aggiungeva al vestiario “jo manteglio”(mantello).

Gli unici accessori che l’uomo aveva a disposizione erano “jo cappeglio” di solito di colore nero a falde non larghe, contornato da un nastro e “jo fazzoletto” che veniva legato intorno al collo.

Mentre le donne calzavano solo i “pedalini” (calzini), gli uomini avvolgevano i piedi e i polpacci con strisce di panno chiamate“pezze”.

Ormai da molti anni il costume tipico Serronese è in disuso, tuttavia viene ancora indossato dai gruppi folkloristici durante sagre e feste paesane, mentre i gioielli vengono gelosamente custoditi da molte famiglie del luogo.

FESTEGGIAMENTI TRA RELIGIONE E SUPERSTIZIONE

In passato la maggior parte delle feste che si svolgevano a Serrone affondavano le loro remote radici nel paganesimo. Così per molto tempo anche le celebrazioni cristiane hanno conservato caratteristiche pagane come quando per il carnevale si bruciava il fantoccio, reminescenza di festa fallica dionisiaca. Al giorno d’oggi le feste più singolari sono scomparse, ma si cerca di riportarle alla luce attraverso l’attività folkloristica particolarmente viva durante le feste dedicate al vino quali la Sagra del Cesanese e Nettare DiVino che si svolgono nel mese di Agosto, entrambi di carattere ludico e popolare.

San Michele Arcangelo

La festività più importante è quella dedicata a San Michele Arcangelo, patrono del paese. Durante l’anno si festeggia in due date differenti: 8 maggio e 29 settembre giorni in cui svolge una solenne processione accompagnata dalla banda musicale locale. In occasione di questi festeggiamenti viene aperto il romitorio di San Michele, posto sulla sommità del Monte Scalambra e raggiungibile anche percorrendo un sentiero che attraversa un bosco di lecci. Uno spettacolo pirotecnico chiude l’evento.

Festa dell’Addolorata

I festeggiamenti si tengono presso la frazione La Forma la terza domenica di ottobre. Il sabato che precede l’evento si svolge la “marcia della pace” con partenza dalla chiesa del Sacro Cuore di Gesù e arrivo alle catacombe di San Quirico dove si svolge una messa. Il lunedì che segue si tiene la consueta fiera annuale.

Festa di San Quirico

San Quirico viene festeggiato il 14-15 luglio presso l’omonima frazione con una solenne processione, musica, degustazione di prodotti locali e spettacolo pirotecnico.

Come si può notare la festa patronale di San Michele Arcangelo ricorre due volte l’anno, questo perché la Chiesa ha deciso di trasferire il vero evento religioso in primavera, probabilmente allo scopo di riuscire a soppiantare precedenti feste pagane che si collocavano in questo periodo e che sicuramente non si ispiravano alla continenza delle tradizioni cristiane.

In occasione del Venerdì Santo si svolge la via crucis. La processione era una vera e propria rappresentazione in costume della Passione di Cristo e solo di recente è stata modificata; adesso il corteo di persone cammina all’interno di un percorso lungo il quale sono collocate delle postazioni che rappresentano il processo, la condanna e la crocifissione di Gesù.

Nella cristianità di questi luoghi spesso si riscontra una lieve superstizione, così si possono notare riti non esclusivamente religiosi.

Anni fa nel giorno di Sant’Antonio Abate, giornata in cui si benedicono gli animali domestici, si andava “pe’ panetta”: i bambini andavano di casa in casa e nessuno negava loro qualche frutto della bella stagione fatto essiccare (soprattutto mele e fichi).

A San Rocco si faceva ricorso per essere protetti dalle epidemie infatti l’omonima chiesetta di Serrone fu costruita proprio in tempo di pestilenza.

Ancora oggi invece, in occasione della candelora (2 febbraio)si benedicono delle candele che, secondo la credenza popolare, si devono accendere per scongiurare l’arrivo di pioggia e grandine.

Accanto a questi piccoli riti si colloca la superstizione vera e propria. Sentire il verso di una civetta è sicuramente di cattivo auspicio, come sdraiarsi sul letto con le scarpe o incrociare le posate a tavola. Quando il fuoco “soffia” alcuni fanno gesti scaramantici poiché si crede che quel rumore sia provocato dal diavolo, mentre in alcune abitazioni si può notare una scopa posta dietro alla porta, perchè si pensa che impedisca alle streghe di entrare in casa.

Infine ancora molto radicata è la credenza nel malocchio e non pochi si rivolgono a persone in grado di toglierlo.

Ancora più ampio è l’inventario dei rimedi popolari per curare vari malanni. La malva viene usata spesso come lenitivo, una patata tagliata a metà e posta su una scottatura calma il dolore, mentre un mattone caldo avvolto in un panno e posizionato sul petto è considerato un rimedio efficacissimo per sciogliere il catarro.


CANTI POPOLARI, MUSICA & DANZE

Il canto popolare serronese è caratterizzato da un linguaggio semplice e stringato; i temi trattati venivano ripresi dalla vita di tutti i giorni in modo da idealizzarla nell’umile stornello. Un posto di riguardo era riservato ai sentimenti come l’amore e alla religione anche a causa del forte ascendente che la chiesa aveva sul territorio, ma esistevano anche canzoni con funzioni singolari come quelle create appositamente per schernire. Ad esempio, qualche vota succedeva che un corteggiatore, amareggiato per essere stato respinto, si recava sotto casa della ragazza che lo rifiutava e cantava:

Affacciate alla finestra mucco de soreca

Piscia alla pignatella e vatte a recoreca.

Tuttavia la funzione più importante svolta dal canto era quella di accompagnare il duro lavoro nei campi, per renderlo più leggero e sopportabile e soprattutto per risollevare l’animo dei braccianti. Molte di queste canzoni avevano una collocazione precisa; esisteva, ad esempio, un canto intonato esclusivamente per la mietitura del grano.


Non mancano nel repertorio serronese canzoni dedicate al Monte Scalambra e al paese stesso, tanto caro ai suoi abitanti.


Serrone non è una gran città

Ma quassù si sta benone

Sarà l’aria sarà il bosco chi lo sa

Ma fa gola a tutte quante le persone


Ci beviamo ‘na foglietta

E magari pure tre

Ci faremo ‘na sbronzetta

Alla barba di Noè


E finchè saremo al mondo

Ci dovremo ubriacà

Ci beviamo il vino biondo

Che più allegri ci fa stà


Il maestro Manlio Steccanella, originario di Verona, compose nella prima metà del 900 il “Canto dello Scalambra” nel quale traspare tutta la maestosità del Monte e la devozione al romitorio di San Michele:



Squilla di San Michele la campana

della montagna nostra dolce voce.

Gaio risveglio sei da monte a valle

e sembri il mormorio della fontana.

Dal monte i figli tuoi partiron saldi

sul patrio fronte si immolaron baldi.




Scalambra!

O mio bel monte

Nel cielo tergi altero,

i montanari tuoi t’han sempre nel pensiero,

di te il cuore fiero

riempi l’anima

Scalambra nero!


Dalla tua vetta dal sole indorata

scendon di leccio i boschi sempre verdi

Che da lontano murmure del vento

Rassembrano del mare l’ampia ondata.

Al pascolo le pecore guidando

I pastorelli lieti van cantando.



L’organetto, la fisarmonica e “jo ‘nfrù” sono gli strumenti che di solito accompagnano i canti serronesi, all’infuori delle pastorali natalizie suonate con il piffero e la zampogna. Le armonie praticate sono semplici e accompagnano spesso anche le danze popolari, tra le quali il salterello in cui i danzatori a coppie o a gruppi si tengono uniti con le braccia passate sulle spalle, scandendo il tempo con i piedi. Molto spesso anche chi suona l’organetto si unisce alla danza rendendola ancora più vivace.



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Realizzato da:
Rocci Luca
Si ringraziano per la collaborazione: Nigro Carmen, Rocci Luca e Sperati Nicoletta.
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